Salute digitale: la telemedicina tra opportunità e rischi dopo la pandemia

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C’è stato un momento, tra il 2020 e il 2021, in cui la telemedicina è entrata di prepotenza nelle case degli italiani. Non era più un progetto sperimentale, relegato a qualche ambulatorio all’avanguardia: improvvisamente diventava l’unico strumento per mantenere viva la relazione tra medici e pazienti, per monitorare i cronici, per garantire consulti anche a chi non poteva spostarsi. La pandemia ha funzionato da acceleratore. In pochi mesi si è fatto quello che, forse, avrebbe richiesto anni di programmazione.

Oggi, a distanza di qualche anno, il tema torna al centro del dibattito con una domanda chiara: come consolidare quella spinta innovativa senza cadere nelle trappole della fretta? Perché la telemedicina è, allo stesso tempo, una straordinaria opportunità e un rischio concreto se non gestita con regole, infrastrutture e cultura adeguate.

Le opportunità sono sotto gli occhi di tutti. Nei territori più periferici, dove raggiungere un ospedale significa ore di viaggio, un consulto a distanza diventa la differenza tra una diagnosi precoce e un peggioramento silenzioso. Per i malati cronici, poter trasmettere i dati quotidiani a un centro specializzato offre la sensazione di non essere mai soli, riduce gli accessi impropri in pronto soccorso e migliora l’aderenza terapeutica. È un sistema che avvicina il cittadino alla sanità, anziché costringerlo a rincorrerla.

Ma c’è anche l’altro lato della medaglia. Gran parte delle strutture italiane utilizza ancora tecnologie obsolete, con tutti i rischi che questo comporta in termini di sicurezza informatica. La protezione dei dati sensibili è un nervo scoperto: basta una falla per minare la fiducia dei pazienti. E poi c’è il nodo culturale. Non basta introdurre piattaforme e app se i professionisti sanitari non vengono formati a utilizzarle e se i cittadini non si sentono accompagnati nell’uso. Il rischio, altrimenti, è trasformare uno strumento che dovrebbe ridurre le disuguaglianze in un ulteriore fattore di esclusione per chi è meno digitale.

Eppure, i segnali positivi non mancano. Il PNRR ha messo sul piatto risorse importanti per creare una piattaforma nazionale di telemedicina, standardizzata e sicura, capace di collegare ospedali, medici di base e pazienti. Alcune regioni hanno già avviato progetti pilota che mostrano una riduzione dei ricoveri per insufficienza cardiaca e una maggiore soddisfazione tra i pazienti cronici. Sono numeri che raccontano come il digitale, se ben governato, possa davvero alleggerire il peso sul sistema sanitario.

La partita, dunque, è tutta da giocare. Servono regole chiare, infrastrutture aggiornate, investimenti sulla formazione, ma anche una narrazione diversa. La telemedicina non deve essere percepita come un surrogato “freddo” della visita in presenza, ma come un alleato, un canale in più, complementare e non sostitutivo. È il modo per rendere la sanità più vicina, più tempestiva, più inclusiva.

Strategie per un’implementazione efficace

  • Raccolta dati e valutazione continua: l’OCSE suggerisce sistemi di monitoraggio per misurare efficacia, demografia e modalità d’uso dei servizi.
  • Formazione continua: sviluppare programmi dedicati per medici, infermieri e pazienti, in modo da consolidare competenze digitali e comunicative.
  • Sicurezza e interoperabilità: aggiornamento infrastrutturale, adozione di standard certificati e protezione GDPR sono imprescindibili.
  • Integrazione nei percorsi di cura: la telemedicina deve integrarsi, non sostituire, i percorsi tradizionali, con modelli chiari di responsabilità.

Il futuro della salute passa anche da qui: dallo schermo di un computer, dallo smartphone, da un dispositivo indossabile. Ma ciò che farà la differenza non sarà la tecnologia in sé, bensì la capacità di metterla al servizio delle persone, con umanità, responsabilità e visione.

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