Il 18 novembre 2025, nella sessione istituzionale dell’INF-ACT Annual Meeting dedicata alla Giornata Mondiale sulla resistenza antimicrobica, il nostro Presidente Giuseppe Guaglianone ha rimesso al centro un punto tanto semplice quanto politico: la lotta all’AMR non è più solo un tema “da convegno”, ma una prova di tenuta per il Servizio sanitario e per la fiducia dei cittadini.
Oggi, a gennaio 2026, quel messaggio diventa ancora più attuale per due ragioni concrete: da un lato l’Italia continua a registrare livelli di consumo di antibiotici che richiedono un salto di qualità in appropriatezza e prevenzione; dall’altro il Piano Nazionale di Contrasto all’Antibiotico-Resistenza (PNCAR) 2022-2025 è stato prorogato fino al 31 dicembre 2026, segno che l’urgenza resta e che la fase di “messa a terra” non può più attendere.
“Ricerca” non basta: servono azioni misurabili
Nel suo intervento, Guaglianone richiama un passaggio decisivo: l’innovazione scientifica deve “tradursi in azioni concrete e misurabili”. È una frase che vale come bussola di governance: senza indicatori, percorsi e responsabilità operative, l’AMR resta un’emergenza raccontata, non gestita.
Il PNCAR, infatti, nasce proprio per dare al Paese linee strategiche e indicazioni operative in chiave multidisciplinare e One Health (umano-veterinario-ambiente), con un asse molto chiaro su formazione, informazione e uso appropriato degli antibiotici.
I numeri che ci chiedono un cambio di passo
Le istituzioni sanitarie lo ripetono da anni, ma i dati più recenti lo rendono difficile da ignorare: nel 2024 in Italia il consumo di antibiotici resta elevato (pur con un lieve calo), con circa 4 persone su 10 che hanno ricevuto almeno una prescrizione nell’anno e con livelli più alti in bambini piccoli e grandi anziani.
E il confronto europeo continua a evidenziare margini di miglioramento sul profilo di consumo e sulle scelte di appropriatezza.
Tradotto: se vogliamo proteggere l’efficacia degli antibiotici, dobbiamo lavorare prima della prescrizione, durante la terapia e dopo la dimissione. E qui entra la tesi-chiave di Guaglianone.
Il farmacista come “cerniera” tra ospedale e territorio
Nel testo e nel transcript del post LinkedIn, il presidente definisce il farmacista un “partner strategico essenziale” e ne esplicita due funzioni complementari:
1) In ospedale: stewardship e ottimizzazione della terapia
Il farmacista clinico, integrato nei percorsi anti-infettivi, contribuisce all’ottimizzazione del dosaggio, alla revisione delle terapie, alla prevenzione delle interazioni e alla gestione appropriata dei farmaci in team multiprofessionali. È una leva di efficacia clinica, ma anche di sostenibilità (meno complicanze, meno fallimenti terapeutici, meno giorni di degenza evitabili).
2) In comunità: filtro, educazione, prevenzione
Sul territorio, il farmacista intercetta dubbi, abitudini scorrette, richieste improprie; può orientare, spiegare, ridurre l’automedicazione rischiosa e — tema centrale nel suo intervento — valorizzare i test diagnostici rapidi e la promozione delle vaccinazioni come difesa primaria.
Questa doppia funzione rende la farmacia un punto di salute pubblica: non un “canale”, ma un’infrastruttura di prossimità.
La richiesta alle istituzioni: integrazione normativa e strutturale
Il cuore politico dell’intervento è qui: “integrazione normativa e strutturale del farmacista clinico nel team di gestione delle terapie anti-infettive” e “abilitazione piena” (in un quadro regolato) ai test diagnostici in farmacia.
“Integrazione” però non può restare un auspicio. In pratica significa:
- ruoli formalizzati nei programmi di antimicrobial stewardship (non presenza “a chiamata”);
- accesso ai dati clinici essenziali per contribuire alle scelte terapeutiche;
- percorsi e protocolli condivisi con infettivologi, microbiologi, medici di medicina generale e direzioni sanitarie;
- indicatori (appropriatezza prescrittiva, aderenza, switch IV-orale, esiti, riammissioni, ecc.);
- formazione continua coerente con gli obiettivi del Piano.
Una roadmap 2026 (pragmatica) per rendere vera la “sinergia”
Se il PNCAR è prorogato fino al 31 dicembre 2026, questo è il momento giusto per passare dalla dichiarazione al cantiere.
Una possibile roadmap, in linea con l’impostazione di Guaglianone, potrebbe articolarsi su 6 azioni ad alto impatto:
- Team anti-infettivi con farmacista clinico “di sistema” (ospedali e reti territoriali), con compiti e KPI.
- Protocolli di triage in farmacia per sintomi frequenti (es. sindromi respiratorie) e invio appropriato al medico, per ridurre pressioni improprie sull’antibiotico.
- Percorsi regolati di test rapidi dove previsti/abilitati, collegati a counselling e indirizzamento clinico (non “test fine a sé stesso”).
- Campagne vaccinali e di alfabetizzazione sanitaria durante la WAAW e oltre: l’AMR si previene anche riducendo infezioni evitabili.
- Feedback ai prescrittori e audit di appropriatezza (territorio e ospedale), con report periodici leggibili e confrontabili.
- Un linguaggio unico verso il cittadino: cosa fare, cosa non fare, quando preoccuparsi, perché “l’antibiotico non è sempre la risposta”.
La frase finale del transcript è, di fatto, un manifesto organizzativo: “integrare le competenze, abbattere gli steccati, lavorare insieme”.
Se nel 2025 il messaggio era “riconoscere” il ruolo del farmacista, nel 2026 la sfida è istituzionalizzarlo: non per rivendicazione corporativa, ma perché, nel punto d’incontro tra ospedale e territorio, si gioca una parte decisiva della sostenibilità e dell’efficacia della risposta all’antibiotico-resistenza.

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