A partire da una riflessione del Dott. Giuseppe Guaglianone, Presidente dell’Ordine dei Farmacisti della Provincia di Roma e Presidente della Fondazione Noopolis ETS
In un tempo in cui le relazioni si fanno sempre più rapide, spesso mediate, talvolta distanti, esistono ancora luoghi in cui la presenza umana conserva un valore profondo, concreto, insostituibile.
La farmacia è uno di questi luoghi.
E il farmacista, oggi più che mai, non è semplicemente un professionista della salute, ma un presidio di libertà.
È da questa consapevolezza che prende forma la riflessione del Dott. Giuseppe Guaglianone, che individua nel camice bianco non un simbolo formale, ma uno spazio etico e civile. Un luogo in cui competenza scientifica e responsabilità sociale si incontrano, generando fiducia.
Il farmacista che emerge da questa visione non è il terminale di una filiera commerciale, ma un punto di riferimento umano. In una società che tende a smaterializzare il rapporto tra le persone, delegando sempre più alla tecnologia e alle interazioni digitali, la presenza del farmacista rappresenta una forma concreta di resistenza culturale: quella della relazione.
Oltre il prodotto: l’impatto sociale della professione
La vera misura del valore professionale non risiede nei prodotti dispensati, ma nell’impatto sociale generato.
È una presa di posizione chiara, che restituisce centralità alla funzione pubblica del farmacista: un professionista che, attraverso la propria competenza scientifica, tutela la salute, ma anche la dignità e la sicurezza delle persone.
La farmacia diventa così un presidio di prossimità, un luogo accessibile, quotidiano, in cui intercettare bisogni spesso inespressi. Non solo sanitari, ma anche umani, sociali, relazionali.
In questo senso, la competenza non è mai neutra: è uno strumento di tutela civile.
Leggere gli occhi: la dimensione umana della cura
Tra le indicazioni più significative rivolte ai futuri farmacisti emerge un invito tanto semplice quanto potente: imparare a leggere gli occhi delle persone.
È qui che la professione si eleva.
Nel passaggio dalla prestazione alla relazione.
Il camice bianco, in questa prospettiva, diventa uno spazio franco. Un luogo sicuro, capace di accogliere fragilità, paure, silenzi. Un presidio in cui anche situazioni complesse, come quelle delle donne vittime di violenza, possano trovare un primo punto di ascolto e di emersione.
La salute, infatti, non è solo assenza di malattia.
È possibilità di esprimersi, di sentirsi protetti, di essere liberi.
E non può esistere vera salute senza libertà.
Radici e futuro: la trasmissione dei valori
C’è un altro passaggio, più intimo ma altrettanto centrale, che arricchisce questa riflessione: il valore delle radici.
L’incontro con il Prof. Domenico Misiti non rappresenta solo un momento personale, ma diventa simbolo di un passaggio fondamentale nella costruzione dell’identità professionale: quello tra maestro e allievo.
Perché la scienza si studia, ma l’etica si trasmette.
E la qualità di una professione si misura anche nella capacità di custodire e tramandare quei valori che ne costituiscono l’ossatura: rigore, responsabilità, rispetto, senso del servizio.
Il farmacista del futuro nasce esattamente qui: nell’incontro tra conoscenza e coscienza.
Una professione che guarda avanti
Quella delineata è una visione esigente, ma necessaria.
Una visione che chiede ai professionisti di non limitarsi a svolgere un ruolo, ma di interpretarlo.
In un contesto sanitario e sociale in continua evoluzione, il farmacista è chiamato a essere sempre più un ponte: tra scienza e comunità, tra sistema sanitario e cittadino, tra cura e tutela.
Il camice, allora, non è solo un segno distintivo.
È una responsabilità.
È una scelta.
È libertà.

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