
In questo breve articolo dobbiamo iniziare a guardare al paziente come persona e alla complessità della situazione che ci consegna. Dopo aver fissato alcune coordinate sull’antropologia medica, cercheremo di capire come essa possa essere di aiuto al reumatologo, quali nuove prospettive nascano dal dialogo tra queste due discipline.
L’antropologia medica mostra come ogni individuo in ogni contesto sociale percepisca, interpreti e affronti la malattia e la salute in modo strettamente legato all’esperienza personale e all’ambiente socio-culturale di cui è parte; recupera il vecchio paradigma olistico della medicina antica e primitiva e popolare, la riunificazione di anima e corpo, lo studio globale della persona. In questa prospettiva emerge il tema del dolore, in particolare in reumatologia (si pensi che in Italia ci sono circa 4 milioni di pazienti affetti da artrosi, la malattia reumatica cronica degenerativa più diffusa, circa 400.000 quelli affetti da artrite reumatoide e almeno 600.000 affetti da altre patologie di grande rilevanza clinica, come artrite psoriasica, spondilite anchilosante, lupus e sclerodermia).
Partendo dal presupposto che l’uomo non è una macchina, né il suo dolore è frutto di una serie di meccanismi, potremmo supporre che tra l’uomo e il suo dolore ci sia l’ambivalenza del rapporto che unisce l’uomo al mondo. Il dolore incide sull’identità dell’uomo, spesso frantumandola, diventando così la malattia da curare. In questa prospettiva, non può mai essere considerato come qualcosa di buono, qualcosa che aggiunge qualcosa alla vita di una persona. Il dolore, quindi, essendo una realtà multipla, necessita di essere inserito nel rapporto che il soggetto ha con se stesso, negli usi socio-culturali che ha assimilato, elementi dai quali il medico non può prescindere.
